I MISTERI DELL'ANTICO EGITTO
di Alfredo Lissoni


(Nella foto, la copertina del mensile egiziano Oktober, dedicata ai misteri delle piramidi secondo John Anthony West)

Il 3 marzo 1999 l'emittente Retequattro, ritrasmettendo un programma "live" (cioè in diretta) dall'America, mostrava una sequenza eccezionale, il ritrovamento di camere segrete e cunicoli al di sotto della piramide di Micerino, in Egitto. La trasmissione ha prodotto in tutto il mondo notevole scalpore non solo perché ha dato ragione alle profezie di Edgar Cayce, che volevano l'esistenza di condotti sotterranei nella piana di Giza, ma anche perché ha dimostrato la malafede delle autorità egiziane. Sino al giorno prima difatti Zahi Awass, direttore degli scavi a Il Cairo, aveva sempre negato non solo l'esistenza di stanze segrete ma addirittura di nuovi scavi. Lo special americano, evidentemente pagato a peso d'oro all'Egitto, smentiva tutto ciò. Le telecamere riprendevano una giornalista statunitense assieme a Zahi Awass calarsi attraverso antichissimi cunicoli evidentemente sgomberati, puntellati ed illuminati nel corso di anni, sino ad una camera segreta contenente una tomba (detta "dello sconosciuto") e diverse ossa umane. A quel punto il commentatore dichiarava che vi era una lunga fila di condotti che univano le piramidi e che si estendevano tutti al di sotto della piana di Giza; la televisione presentava una ricostruzione al computer del sito sotterraneo. Ma tutto ciò non era sempre stato negato dalle autorità?

RICORDI DI ATLANTIDE


Il bello è che sono anni che studiosi ed archeologi non allineati (Bauval, Hancock e West sono solo gli ultimi di una lunga serie) sostengono che il sito di Giza nasconda ben altri misteri, retaggio di civiltà antidiluviane. Il 26 aprile 1991 quasi tutti i giorni occidentali riportarono la dichiarazione dell'egittologo Mohamed Abu Baker, direttore della Sovrintendenza alle antichità egizie, secondo cui "sulla base di nuovi studi sulla composizione della pietra calcarea con cui è costruita la sfinge, si è stabilito che essa - che gli antichi chiamavano 'padre della paura' - abbia molti più anni di quanto non dimostri". Almeno diecimila, sosteneva lo studioso egiziano, aggiungendo che si era arrivati ad un simile risultato utilizzando sofisticate apparecchiature che consentivano di risalire all'età della pietra per mezzo delle sue vibrazioni. A questa dichiarazione fece eco Ennio La Malfa, uno scrittore italiano, in un libro passato pressoché inosservato ed ormai introvabile ('Viaggiando alla ricerca di civiltà perdute', APS Edizioni): "Un tempo si diceva che la sfinge esistesse molto prima delle piramidi e della stessa civiltà egizia, ma pochi scienziati ci credettero; anzi, i maggiori archeologi attribuirono alla sfinge la rappresentazione del faraone Kefren, quale tutore sulle tombe dei re. Questi archeologi commisero due errori; primo, le tre maggiori piramidi d'Egitto nacquero come templi e non come grandi tombe e solo più tardi, quando oramai la grande conoscenza non era più a disposizione degli ultimi faraoni e dignitari, ad esse furono attribuite funzioni di semplici tombe. Secondo, l'aver datato la Sfinge a non oltre i 5000 anni".
Come al solito, abbiamo voluto saperne di più, e da fonti dirette. Valentino Rocchi, il nostro studioso italiano "turista per caso" che già in passato ci ha relazionato circa i suoi viaggi in Egitto e Turchia, si è lasciato nuovamente intervistare, al ritorno dal suo ultimo viaggio in Egitto.

ARCHEOLOGIA MISTERIOSA


"Sono stato di recente a Luxor e nella Valle dei Re ed ho studiato e filmato a fondo le strutture che compongono i monumenti", ci racconta Rocchi. "Come ho già spiegato in passato ai lettori di 'Oltre,' secondo me vi è una relazione molto stretta tra i siti archeologici turchi e quelli egiziani. Ad esempio, alcuni sarcofagi o contenitori in pietra sono molto comuni nei siti di entrambe le aree in questione, in tutto il Medio Oriente, Nord Africa e nell'area sud del Mediterraneo. Nell'area ellenica, in Sicilia ed in Andalusia invece le costruzioni sono forse più recenti (ho avuto la fortuna di visitare tutte queste zone), ma la differenza fra i reperti dell'Egitto e delle aree meridionali ed occidentali della Turchia, è enorme. In Sicilia ad esempio, nella valle dei Re di Agrigento, i colonnati che sorreggono i templi, i capitelli e le architravi sono pesanti e discretamente artistici. Si tratta di opere, a mio parere, di media difficoltà costruttiva. Per la loro posa ci si è limitati a sollevare i blocchi a qualche metro di altezza, al massimo una decina di metri o poco più. In Turchia, e soprattutto in Egitto, vediamo blocchi molto più pesanti e meglio sagomati, innalzati ad altezze che superano i cento metri (piramidi di Cheope e Kefren), oltre a tunnel sotterranei scavati nel granito puro e con pareti lisce e sagomate (valle dei Re a Luxor e sotto la piramide di Cheope a Giza). Ma anche in Turchia, come nell'area chiamata Mesopotamia (Siria, Libano, Iran, Irak e zone adiacenti), esistono molte località con strutture templari e siti molto estesi che una volta erano piazze e punti di riunione delle comunità arcaiche, con anfiteatri, portali e viali composti interamente da blocchi in pietra e mura molto spesse.
Oltre a queste strutture esterne ormai sappiamo che in molti siti esistono anche dei passaggi sotterranei, che in alcuni casi sono delle vere e proprie gallerie di congiunzione all'interno del sito o addirittura fra più siti. Pensiamo all'Egitto: alcune guide sostengono che la valle dei Re a Luxor sia collegata, da alcune gallerie sotterranee, ai templi di Luxor e Karnak, situati a non meno di sei chilometri dalla valle, e con il Nilo che separa i due siti. Anche a Giza, e questa è una scoperta recentissima, esiste un tunnel sotterraneo che collega la sfinge alla piramide di Cheope.
Un particolare curioso: le mura poste all'ingresso dei templi di Luxor e Karnak risultano identiche a quelli di Abydos, Thebes, Dendera, Esna, Edfu e altre località turisticamente meno conosciute. Tutte queste località, collegate fra loro dal Nilo e distanti comunque anche più di mille chilometri, potevano avere avuto in comune la stessa architettura, identica sin nei minimi particolari? E potevano avere impiegato le stesse tecniche popolazioni così distanti e così arretrate?"

INTERESSANTI INTERROGATIVI


"E perché", prosegue Rocchi, "costruire simili opere impiegando forse un'energia spropositata al loro reale utilizzo? Una cosa è sicura: i siti sono stati costruiti e ricostruiti per secoli e addirittura millenni, sovrapponendo ed integrando o addirittura distruggendo il sito preesistente. Le differenze costruttive sono palesi e molto evidenti, tanto da far pensare a differenze sensibili sui metodi impiegati per la lavorazione e il trasporto. Nel caso dei colossi di Memnone (valle dei Re, Luxor), si tratta addirittura di due statue colossali e monolitiche del peso di centinaia di tonnellate, trasportate per intero da Assuan, località distante oltre duecento chilometri dalla zona di posa. In alcuni libri esoterici, come pure nei racconti di beduini del deserto e nelle teorie di certi ricercatori, si ripete continuamente di siti sotterranei dislocati in pieno deserto libico ed egiziano. Queste località sono però inaccessibili a causa della mancanza di strade e gli accessi alle gallerie sono invisibili per i cumuli di sabbia che le sovrastano. Questi siti erano millenni addietro posti su terreni più fertili e collegati con città ed insediamenti?
Poterono i mesopotamici prima e gli egiziani poi costruire simili strutture manualmente senza alcun tipo di tecnologia o al massimo con arnesi e attrezzature poco più che artigianali?
Una cosa è certa, dopo un'analisi attenta non si può pensare che a distanza di millenni, e perdipiù in aree sismiche come il Medio Oriente, questi insediamenti siano ancora esistenti senza che i costruttori abbiano pensato alla loro durata nel tempo e abbiano impiegato metodologie costruttive mirate alla loro conservazione".
Quando poniamo a Valentino la fatidica domanda, se si sia trattato di alieni o atlantidei, ci risponde senza esitazione: Atlantide!

LA CAMERA DEL TEMPO


Non è l'unico a pensarla così. L'ultimo libro di Graham Hancok, scritto a tre mani assieme a Robert Bauval e John Grigsby, "The Mars mystery", ancora intradotto in Italia, è una vera bomba. O gli autori si son lasciati prendere la mano (ma ne dubitiamo) o tutta l'archeologia ufficiale dovrà essere riscritta. Cosa affermano in questo testo esplosivo i tre paludati ricercatori? Ebbene, che nel sottosuolo di Giza vi sia una "camera del tempo" costruita dagli atlantidei, una sorta di vero e proprio archivio lasciato da una civiltà in via di estinzione alle generazioni future. E sin qua nulla di nuovo. Scioccante è il perché di questa "camera del tempo". Studiando le strane e discusse strutture su Marte (il volto di sfinge, le piramidi, la cittadella), così tanto speculari a quelle egizie, i tre autori sono arrivati a stabilire che sul pianeta rosso un tempo vi era la vita! E che più di ventimila anni fa essa venne annientata dai frammenti di una gigantesca cometa che impattarono sul pianeta. Prova di ciò sarebbero alcuni crateri marziani, enormi, recentemente fotografati dalle missioni americane. Non solo. Gli ultimi abitanti di Marte, prima di rifugiarsi in Egitto o nell'Atlantide, avrebbero lasciato sul pianeta rosso quelle vestigia a ricordo del disastro cosmico. Lo stesso venne fatto sulla Terra dagli atlantidei perché il disastro... si sarebbe presto ripetuto! Secondo i tre scrittori l'impatto con un bolide distruttivo sarebbe ciclico nel nostro sistema solare. Un meteorite avrebbe spazzato via i dinosauri, un altro gli atlantidei, un altro potrà forse estinguere la nostra stessa razza. "C'è un legame fra la Terra e Marte", dichiarano i tre. "Le piramidi e la sfinge di Giza rappresentano le costellazioni di Orione e del Leone così come apparivano nel cielo dell'Egitto 12.500 anni fa. Il sito, dedicato al dio Horus, veniva chiamato Horakhti, cioè 'Horus all'orizzonte'. E Marte, che in egiziano si dice Il Cairo, veniva chiamato 'Horus il rosso'. In suo onore la sfinge di Giza era dipinta di rosso. La sciagura accaduta su Marte colpì anche la Terra e forse nuovamente si ripeterà. Non è casuale che la NASA, in questi ultimi anni, continui ad insistere sull'argomento, chiedendo nuovi fondi per costruire laser satellitari per distruggere meteoriti in volo". Forse su Marte e a Giza è stato lasciato un messaggio disperato. Da civiltà in via di estinzione ai loro eredi, affinché questi ultimi sappiano guardarsi e possano salvarsi.