Fantarcheologia, una tesina
    di Raffaele Castagno, La Repubblica del Mistero

  1. Introduzione
  2. Ci sono più cose tra cielo e terra di quante la vostra scienza riesca ad immaginare. Questa celebre battuta dell'Amleto ben potrebbe assurgere a manifesto ideologico e di programma della fantarcheologia. Ma che cos'è la fantarcheologia? (para archeologie in francese, cult archeology, in inglese). Definire in una parola, in modo galileiano, la fantarcheolgia, è impossibile. Cosa si cela dietro questi termini, vagamente esoterici allora? Il concetto diviene immediatamente palese precisando gli oggetti della ricerca fantarcheologia: Atlantide, extraterrestri nel passato, Egitto, tesori e civiltà perdute.

    Da un punto di vista sociologico potremmo definire la fantarcheologia come un fenomeno di massa. Negli ultimi quindici anni, basterebbe contare il numero infinitesimale di pubblicazioni, la fantarcheologia è letteralmente esplosa presso il grande pubblico. Perché un simile successo? Alla base vi è quella che potremmo definire sindrome di Schliemann: l'idea cioè, che un dilettante, un outsider, possa dare scacco alla scienza ufficiale. Sebbene la vita di Schliemann sia in buona parte un cumulo di menzogne, ma questo il grande pubblico non lo sa, la sua figura, quasi fosse un martire, è divenuta la degna icona, nonché lo scudo, di quanti si sentano, a torto o a ragione, ingiustamente ignorati, o nella peggiore delle ipotesi, perseguitati da oscure congiure del silenzio degne di un episodio di X-Files. Ma a questa ragione va aggiunto un altro rilevante fenomeno esploso nell'ultimo decennio: Internet. Meglio di ogni altro la ricerca fantarcheologia ha saputo trasformare la Rete nella sua più grande cassa di risonanza. La Fantarcheologia, come vedremo, appare configurarsi come la scienza della risposte, e dunque meglio sarebbe dire come una nuova religione, che colmando, con i suoi nuovi dei, un costante bisogno metafisico, offre, a buon prezzo e a buon mercato, quelle risposte, che la scienza, la ricerca, proprio perché tali, non possono dare.

  3. Atlantide

Ascolta dunque, Socrate, una storia, che sebbene strana, è certamente vera… Così inizia la storia del più grande mistero di tutti i tempi: Atlantide. Nel corso del secoli, molti, a cominciare dagli stessi archeologi, si sono interrogati sull'esistenza di un continente perduto di nome Atlantide. Allorché Thompson riportò alla luce le antiche civiltà meso-americane la scienza dell'Ottocento credette, non potendo concepire civiltà antiche al di fuori del Mediterraneo, di aver trovato i resti della leggendaria Atlantide, inghiottita dalla acque a seguito di un terribile cataclisma. Molti studiosi hanno appuntato la loro attenzione proprio su questo aspetto, ricercando nell'antichità un evento di proporzioni catastrofiche che potesse giustificare l'origine della leggenda. J.V. Luce, un archeologo, ritenne di averlo trovato nella spaventosa eruzione di Santorini, causa, assai probabilmente, della fine della ricca civiltà minoica. Lo studioso pensa che il nome di Atlantide celi in realtà proprio tale civiltà. I fantarcheologi obiettano che Platone colloca la civiltà atlantiana al di là delle Colonne d'Ercole. Ma le cose potrebbero essere più complicate di quanto in realtà non appaiono. La fantarcheologia sembra procedere secondo una lettura completamente acritica del testo platonico, e pare dimenticare una delle questioni più rilevanti: Platone non è un geografo ma un filosofo, e dunque il suo testo andrebbe considerato come tale.

Luce ipotizza ad esempio una ragione a priori per la posizione geografica di Atlante: l'influenza di un parallelo tra l'invasione persiana ad est e quella atlantiana ad ovest, entrambe dirette contro Atene; nell'interesse della simmetria al grande impero terrestre d'oriente doveva contrapporsi quello marittimo d'occidente. La fantarcheologia, naturalmente, ha rigettato queste ipotesi, avventurandosi nella formulazione delle teorie più stravaganti, spacciandole per verità, senza alcun fondamento di prova e nessuna possibilità di verifica. Ma i fantarcheologi sono convinti del contrario.

    1. A caccia di Atlantide: teoria e metodo

Graham Hancock, in un libro bellissimo e non privo di spunti, sostiene che le civiltà antiche, o meglio le loro conoscenze, siano il frutto di un retaggio, derivino cioè da una civiltà, di cui si è persa ogni conoscenza, nonché le tracce, identificabile con la mitica Atlantide. Secondo lo studioso la narrazione di Platone tramanderebbe il ricordo effettivo di una civiltà evoluta e di una immane catastrofe, determinata dal fenomeno della precessione degli equinozi e da collegarsi con la fine dell'ultima glaciazione, 10.000 anni fa. Nel suo affascinante viaggio per il globo, dallo Yucatan, passando per l'Egitto e giungendo sino ad Angkor Wat in Cambogia, Hancock sostiene che tutti i monumenti rimandino a questa data, e che essi siano depositari di conoscenze esoteriche oggi dimenticate, conoscenze ricavabili dalle loro stesse dimensioni, espressione di una civiltà primigenia, da cui, in una ottica diffusionista, sarebbero derivate le altre. Non si spiegherebbero altrimenti le loro sorprendenti affinità.

Se Luce partiva da dati storici certi, Hancock parte da ipotesi che lo portano a formulare altre ipotesi. Non ci sono riscontri scientifici che diecimila anni fa esistessero civiltà stanziali, urbane, progredite quale era Atlantide. Non esistono tracce, resti, di una specie umana che abitasse il pianeta prima dell'epoca dei dinosauri, non hanno alcuna validità scientifica le presunte similitudini tra civiltà diverse, senza dimenticare che tali paralleli vengono stabiliti tra popoli separati, spesso, da migliaia di anni. Naturalmente la fantarcheologia, su basi teoriche, ritiene di poter confutare le datazioni tradizionali, confermate dai metodi archeometrici. La parte più sensazionalista della fantarcheolgia, per altro poco interessata alla ricerca, respinge queste obbiezioni, sostenendo che esista un complotto che impedisca l'effettiva conoscenza della verità. E' in realtà vero il contrario. Scrive Manacorda: alle confuse elucubrazioni della fantarcheolgia vogliamo contrapporre una ancor maggiore curiosità intellettuale, che, libera da preconcetti, studi i dati storici e culturali che spesso si celano nei racconti leggendari del mito. L'enigma di Atlantide forse è proprio questo.

3. CARRI DEGLI DEI

Nel 1970 un albergatore svizzero, Erich Von Daniken, pubblicava un libro di grande successo, Chariots of the Gods? il testo padre dell'ipotesi archeo-astronautica. Lasciando pochi spazi ai dubbi e molto alle spiegazioni, Von Daniken sosteneva che la civiltà sulla Terra, anzi la stessa vita, fossero opera di esperimenti genetici condotti da esseri alieni. Le prove di questa presenza sarebbero confermate dai testi sacri (in primis la Bibbia), dai miti (quelli sumerici ed indiani ad esempio) e infine da tutta una serie di reperti tecnicamente definiti OoPArt, acronimo per Out of Place Artifacts. Che cosa sono? Si tratta di oggetti la cui tecnologia vera o presunta mal si concilierebbe con quelle che erano le conoscenze dell'epoca a cui la scienza ufficiale le riferisce. Dunque se non sono opera degli uomini, non resta altro che considerarli prodotti da esseri alieni o dai superstiti di Atlantide e Mu. I più famosi e discussi sono il presunto congegno volante di Sakkara (un aliante?), il meccanismo di Antykytera (spiegato come un complesso calendario astronomico), le "pile" di Baghad, cosiddette in quanto capaci di produrre una tensione elettrica, le carte dell'ammiraglio turco Piri Reis, etc. Alcuni presentano effettivamente dati problematici: come interpretare ad esempio le raffigurazioni della Carta di Piri Reis, su cui comparirebbe l'Antartide? La carta è del 1513. In questo caso la scienza sta cercando una risposta, considerato anche ciò che scrive l'ammiraglio turco, il quale sostiene di essersi servito, insieme a carte a lui coeve, di carte più antiche, molto antiche. La fantarcheolgia ha immediatamente offerto una soluzione: queste mappe sono la prova inconfutabile dell'esistenza di civiltà superiori, magari di origine aliena. Naturalmente nessuno può dimostrare la presenza di alieni nel passato, a meno di non ravvisare nei miti e nelle figurazioni artistiche ipotetici ritratti di visitatori extraterrestri. Rigettando a priori l'idea che le civiltà antiche potessero elaborare e utilizzare congegni tecnologici (come ben si vede sul sepolcro degli Haterii), la fantarcheolgia cade nella stessa accusa che muove all'archeologia: ragionare secondo schemi mummificati e di aver timore del nuovo. (Manarcorda)

4. Conclusione

Sabatino Moscati era solito dire che in archeologia non esistono misteri ma problemi da risolvere.

Roberto Pinotti, ufologo, sostiene che sia necessario rivisitare l'archeologia misteriosa sfrondandola da ogni fin troppo seducente frangia sensazionalistica.

La fantarcheolgia, abbiamo sommariamente visto, tende ad annullare i problemi e a concentrarsi sulle soluzioni, tende cioè a configurarsi da un lato come la negazione della ricerca scientifica, in quanto disdegna il metodo scientifico, e dall'altro della verità scientifica, che, come scriveva Popper è una continua ricerca, soggetta a verifica. La fantarcheologia sembra configurarsi allora come un fenomeno irrazionale, una religione scientifica che tenti di superare i limiti, a suo dire, della scienza, ignorando che sono proprio quei limiti, dettati dalla prudenza, che costituiscono la grandezza della scienza. Quasi ebbra del suo successo editoriale e mediatico la fantarcheolgia non appare in grado di contribuire in modo concreto e costruttivo ad un effettivo ampliamento delle conoscenze. Ciò a scapito di quanti, pochi, a dire la verità, tentano di operare con rigore, prudenza e serietà, in tale settore, schiacciati dalla cattiva fama, generata dalle pubblicazioni, in malafede, di Von Daniken e dei suoi stanchi epigoni.

Conclude così Daniele Manacorda: non abbiamo bisogno di fantarcheologia. Quanto, semmai, di maggiore fantasia nel nostro modo di intendere e praticare l'archeologia del nuovo millennio...