C’E’ QUALCUNO LÀ FUORI?
di Alfredo Lissoni
– Pubblicato su Totem
C’è vita nel cosmo? Forse non siamo effettivamente soli nell’universo, come qualcuno pretende.
La scienza stessa comincia ad aprirsi a possibilità sino ad un tempo inimmaginabili
Pensiamo
un attimo: miliardi e miliardi di stelle. Una quantità che
supera qualsiasi immaginazione. Nell’universo sterminato il numero delle
stelle appare infinito. Solo nella nostra via Lattea
gli astronomi ne calcolano fra i cento e i duecento miliardi. Miliardi di stelle in miliardi di galassie che si stanno espandendo
nello spazio-tempo, in un immenso meccanismo d’evoluzione iniziato dopo una
gigantesca esplosione, nella notte dei tempi. Cento miliardi di stelle
nella via Lattea. Di questi, il 4 per cento potrebbe
ospitare la vita. Solo nella nostra galassia. Se
moltiplicassimo questa cifra, 4 miliardi circa, per il numero di galassie
sparse nell’universo, otterremmo un numero...astronomico. Sappiamo che le
stelle, che spesso sono i ‘soli’ dei mondi, nascono
da nuvole di gas e plasma galattico ed emettono una particolare luminescenza,
grazie alla quale ci è possibile , coi radiotelescopi,
scoprirne la composizione: boro, litio e berillio. I tre elementi alla base
della formazione dei pianeti solari.
Una constatazione importantissima, perché
dimostra che la composizione chimica dell’universo è pressappoco la stessa
dappertutto, in tutto il cosmo, con un 90 per cento di idrogeno
e un restante 10 per cento di elio, ossigeno carbonio e azoto. Questo significa
che l’universo è relativamente omogeneo e pertanto è lecito pensare che esista
vita intelligente in tutte quelle zone che hanno condizioni ambientali analoghe
alla nostra. E gli extraterrestri non dovrebbero
essere poi nemmeno molto dissimili da noi, non di ferro né di silicio, ma in carne
e ossa. Lo dimostra lo studio delle meteoriti ritrovate
sul nostro pianeta e contenenti amminoacidi, la base per le proteine.
Quando, nelle calde serate d’estate,
restiamo all’aperto, seduti a osservare il cielo e,
perdendoci nel blu della volta stellata, ci poniamo mille domande
sull’universo, filosofeggiando sulla possibilità di altre vite intelligenti,
non dimentichiamo le parole di uno dei più insigni ricercatori della NASA, il Dott. Cyril Ponnamperuna:
"La vita non è che la conseguenza naturale dell’evoluzione dell’universo.
E poiché ci sono tante stelle che rassomigliano al nostro Sole, devono esistere
altri esseri coi quali un giorno riusciremo a
comunicare...".
L’UOMO NEL COSMO
E
dunque, vogliamo ancora credere di essere l’unica
forma di vita sviluppatasi in un universo che la scienza ci dice essere
infinito e probabilmente popolato? L’astronomo Frank Drake è molto ottimista; stima che il numero di civiltà
aliene nello spazio possa variare da 10.000 a un
milione; oggi si ritiene che vi siano 400 milioni di stelle nella nostra
galassia (molte delle quali con pianeti), e forse 400 milioni di galassie in un
cosmo che ha 14 miliardi di anni. La scienza, dunque, su queste grandi cifre
non nega la possibilità di un cosmo popolato da alieni e popolabile forse, un
giorno, anche dai nostri discendenti. Già alla fine degli anni Sessanta Gerard O’Neill, professore alla
Princeton University, pubblicò su
riviste scientifiche a larga diffusione i primi seri progetti di colonie
spaziali in grado di ospitare esseri umani; l’idea era di posizionare
un’eventuale stazione orbitante nei cosiddetti “punti di Lagrange
L4 e L5” giacenti sull’orbita della luna ed equidistanti da Terra e Luna.
Particolarmente adatti perché costituiscono posizioni di equilibrio
stabile, un’eventuale stazione vi resterebbe eternamente in equilibrio. Le
colonie di O’Neill erano
pensate a forma di cilindro, e ruotanti in modo da simulare la gravità
terrestre. Un cilindro di tre km di raggio e trenta di lunghezza avrebbe potuto
ospitare, pur se stretta, la popolazione di Manhattan
o Hong Kong. Entro le colonie sarebbero state riprodotte le condizioni
ambientali terrestri: l’atmosfera, un clima ed un paesaggio, vegetazione
compresa, sia per assicurare ricambio di cibo che per minimizzare la nostalgia
dalla Madre Terra. Non era forse questo un primo tentativo per costruire mondi,
come un dio? In seguito si sarebbe fatta strada l’idea di alterare
artificialmente eventuali pianeti morti, importandovi la vita. Il progetto venne definito “terraforming”, e
nella lista dei candidati, primo fra tutti, spicca oggi Marte, “gemello”
inanimato della Terra. Nel 2018 gli astronauti torneranno di nuovo sulla Luna
con il compito di creare un campo base per sviluppare tecnologie che li
porteranno fino a Marte e oltre. Già il 26 settembre 1991 quattro uomini e
quattro donne vennero chiusi nella grande bolla di
vetro di Biosfera II, un habitat artificiale completamente isolato dall’esterno
e collocato nel deserto dell’Arizona, ad imitazione del suolo marziano. Il team
vi avrebbe dovuto trascorrere due anni, per testare la capacità di adattamento e sopravvivenza del genere umano in un mondo
quale quello marziano. L’esperimento finì male in quanto
gli otto, chiusi in quella sorta di carcere virtuale, emotivamente riuscirono a
tirar fuori il peggio dall’animo umano; ma il test segnò comunque un primo
passo verso la fattibilità di una permanenza reale su un altro mondo; un mondo
da modificare gradatamente, rendendolo simile al nostro. Attualmente,
nella corsa allo spazio, si sono inseriti anche paesi arabi, l’India e persino
la Cina, che nell’ottobre 2007 ha lanciato verso la Luna il satellite Zhang He, battezzato non a caso
con il nome della mitica dea cinese che vivrebbe sulla Luna.
TELEFONO E.T.
Quanto
all’universo popolato, già nel 1959 il fisico italoamericano
Giuseppe Cocconi ed il collega americano Philip Morrison, che allora erano entrambi alla Cornell
University, affermarono che la radiazione elettromagnetica era il mezzo più
naturale e più facilmente utilizzabile per instaurare comunicazioni
interstellari con gli E.T. La “telefonata cosmica” si
basava sull’idea (poi dimostrata erronea dall’astronomo Ian
Ridpath) che un segnale radio inviato nello spazio si
sarebbe propagato alla massima velocità possibile, quella della luce, e inoltre
l’energia poteva essere concentrata in aree relativamente piccole del cielo,
senza dispersione significativa in altre direzioni. Il canale di comunicazione ritenuto più probabile fu quello di 1420
megacicli al secondo; ma ciò valeva solo per trasmissioni locali; per
comunicazioni su lunghe distanze, che avrebbero incontrato le dense nubi
stellari del centro della galassia, si richiedevano altre frequenze. In seguito
ci si rese conto che il segnale finiva con il disperdersi nello spazio.
Critiche
arrivarono dallo scienziato Carl Sagan,
favorevole all’invio di messaggi non a casaccio, ma verso stelle ospitanti
pianeti. Sagan commentava: “L’assunto che civiltà
tecnologiche debbano necessariamente fare la loro comparsa, anche dopo milioni di anni di evoluzione biologica, implica che il fine ultimo,
nella formazione di stelle e pianeti, sia la produzione di esseri intelligenti
e di civiltà tecniche: una concezione idealistica e teleologica. Non dobbiamo
dimenticare che la Terra è esistita per miliardi di anni,
prima che comparissero forme di vita intelligente e civiltà tecnologiche”.
Così, nell’autunno del 1960 Frank Drake,
dal National Radio Astronomy
Observatoy, lanciava il progetto OZMA (il nome
richiamava ironicamente il mago di Oz).
L’idea era di restare in ascolto di eventuali
telefonate cosmiche, ascoltando con un ricevitore le stelle che potevano avere
pianeti abitati: Epsilon Eridani
e Tau Ceti, poste a “soli” 11 anni luce di distanza
da noi (il che significa che eventuali radiomessaggi ci sarebbero arrivati con
“soli” 11 anni di ritardo). Ma 200 ore di ascolto,
nell’arco di diversi mesi, non portarono a nulla. E.T. forse non utilizzava il “telefono casa”; o forse
non voleva parlare con noi. O forse ancora, ci parlava, ma noi non lo capivamo: cercavamo le onde, e lui magari ci chiamava
con le luci. Da questa considerazione nasceva l’idea del “contatto ottico”. Per
dirla con parole semplici, immaginate un campeggiatore che, con una torcia
elettrica, faccia dei segnali ad un amico, nella notte buia. Analogamente, gli scienziati SETI pensavano, nello specifico, ad un
proiettore in grado di trasmettere un gigantesco fascio di luce nello spazio,
per farsi individuare da civiltà in osservazione (un’idea che turbò non pochi
scienziati catastrofisti, alcuni dei quali temettero
che, rivelando in questo modo la nostra posizione, avremmo potuto magari essere
invasi da qualche mondo ostile. Un’idea ripresa nel 2005 anche dal telefilm
fantascientifico della BBC Doctor Who,
in cui un alieno dice ai terrestri: “Voi umani mandate segnali
nello spazio, producete trasmissioni, insomma, vi state facendo notare
troppo…”). Riprendendo un’idea dei fisici americani C.H.
Townes e R.N. Schwartz, del Massachussetts Institute of Technology,
recentemente i sovietici (ma anche il fisico italiano Carlo Rubbia)
hanno pensato di utilizzare all’uopo dei laser e dei
maser (ricevitori di sensibilità elevatissima, basati sull’amplificazione di
microonde per mezzo di emissione di radiazione stimolata). Townes
riteneva che sarebbe stato possibile concentrare il fascio di 25 laser creando
una potenza tale da essere scoperto da un telescopio alieno in tempo
ragionevole; inoltre il segnale avrebbe dovuto essere distinguibile dalla
radiazione di fondo del nostro sole.
Negli
anni Sessanta i migliori proiettori erano in grado di inviare solo fasci di
luce paralleli. I raggi erano sempre divergenti, ed era perciò impossibile
produrre una sorgente di luce puntiforme con un tale fascio. Se
ciò, su una corta distanza (il nostro ipotetico campeggiatore che flasha con la torcia elettrica al suo collega) è
irrilevante, diventa impraticabile su distanze cosmiche. Un raggio inviato
verso un mondo finirebbe deviato da tutt’altra parte.
Ciò nonostante, dato che il laser poteva essere
sviluppato come arma antimissile, sia gli americani che i russi, con la scusa
degli extraterrestri, si finanziarono a piene mani queste ricerche. Nel Terzo
Millennio l’idea di base è comunque di continuare a
lavorare in questa direzione, sempre con l’ausilio dei laser.
DOV’È LA CASA
COSMICA COMUNE?
Ma dove
cercare? Perché un pianeta possa ospitare vita analoga alla
nostra è necessaria una specifica distanza dal sole (in modo che l’astro
abitato non sia né troppo freddo né troppo caldo), una specifica massa del
pianeta e la composizione chimica della sua atmosfera. Inoltre, a seconda della temperatura dell’esosfera (per la Terra è di
circa 1500° K), ed in base al campo gravitazionale planetario, gli atomi più
leggeri tenderanno ad evadere nello spazio, rendendo impossibile la formazione
della vita. Per Sagan, nella nostra Galassia il
numero delle civiltà più evolute di quella terrestre (“in sostanziale
anticipo”) potrebbe essere compreso fra 50000 e un milione.”La distanza media
fra le varie civiltà tecniche”, affermava, “è compresa fra alcune centinaia di anni luce e circa mille anni luce. L’età media di una
civiltà tecnologica che si dedichi alle comunicazioni interstellari dovrebbe
essere di 10000 anni o più. Le informazioni trasmesse via radio potrebbero
accrescere la durata di vita delle civiltà che ricevono…”.
Se
queste deduzioni sono esatte, allora l’universo è assai più ampio e popolato di
quanto crediamo; se un tempo non si era a conoscenza di alcun
pianeta extrasolare, oggi sono 241 i pianeti individuati dalla scienza
(l’ultimo, TrES-2, nella costellazione del Drago, scoperto nell’estate 2007);
due di essi hanno acqua (uno, HD 189733b, si trova a “soli” 64 anni luce dal
nostro sole); addirittura è nata la xenologia, una
branca di studio che immagina in che modo ci si possa rapportare con eventuali
extraterrestri.
Ma
forse tutto ciò è inutile e già superato, forse gli extraterrestri sono già tra
noi, forse vivono in dimensioni parallele alla nostra, che noi non conosciamo
(negli ambienti scientifici si inizia a parlare
timidamente non più di “universo”, ma di “multiverso”,
universi a più dimensioni, confinanti gli uni agli altri). Forse forme di vita aliena, non necessariamente simili a noi, vivono su questo
pianeta già da molto tempo e noi non siamo un “esperimento unico” (ad opera di
Dio, di un E.T., del caso o di Madre Natura): come la
mosca drosophila, che riesce a captare frequenze
all’ultravioletto non presenti sulla Terra (secondo la teoria evoluzionistica,
un’abilità inutile dovrebbe finire via via
abbandonata); o come l’ascidia o “siringa di mare” che, per la formazione del
pigmento del sangue, anziché il ferro utilizza elementi assai insoliti, come il
raro vanadio, oppure il titanio, il tantalo, il
molibdeno o il tungsteno, facendo nascere negli scienziati il sospetto che “al
suo apparire, questo animale dovette incontrare una situazione ambientale
diversa da quella attuale, situazione che potrebbe benissimo presentarsi su
pianeti alieni” (come ha scritto la rivista Atlante
nel n.37). La considerazione potrebbe valere persino
per organismi assai più complessi; in tal caso gli UFO potrebbero essere
realmente già tra noi? La scienza lo nega, l’ufologia invece lo ammette. Gli
indizi in tal senso, accumulatisi nel corso degli anni, sono davvero molti. E la gente comincia a rendersene conto. Un sondaggio
condotto nel giugno 2007 dalla rivista Focus, confrontato con uno analogo
proposto nel 1986, ha permesso di stabilire che il numero degli italiani
“credenti” è salito considerevolmente, passando da un ben misero 19% all’80,7%!
Il 100% degli intervistati ha dichiarato di avere sentito parlare almeno una volta
dell’argomento, rispetto al precedente 96%; il 66,76% opta
per l’origine aliena degli UFO e l’81,08% li ritiene guidati da qualcuno
“perché sono astronavi”. Solo il 39,84% ammette di averli visti; un dato comunque in crescita: nel 1986 solo il 6,5% confessava il
proprio avvistamento…