VITA SU MARTE

"E.T. abbiamo sbagliato tutto. Ti abbiamo cercato troppo simile a noi. Ti volevamo come il pupazzo di Rambaldi o i piloti degli Ufo con il volto ovale. Tutte varianti della vita sulla Terra. Ma così probabilmente non ti incontreremo mai. Dobbiamo cercare la vita nuova, non quella che conosciamo già. Firmato: Nasa". L'avrebbero scritta così la lettera ad un abitante di un altro pianeta gli scienziati che nei giorni scorsi si sono riuniti a Baltimora al prestigioso Space Telescope Science Institute della Johns Hopkins University per un brain storming, una tempesta di cervelli che ha rilanciato alla Nasa la ricerca della vita extraterrestre. La parola d'ordine era: superare la vecchia idea della vita nel cosmo. Basta con gli "Incontri ravvicinati", gli extraterrestri che ci trasmettono messaggi, la copia della Terra in giro per l'Universo.
Sì, certo, si continua a cercare con i radiotelescopi che frugano il cielo alla ricerca di un segnale di intelligenza, una trasmissione che riveli una presenza aliena. Ma questo non è più, come è accaduto negli ultimi vent'anni, il cuore della ricerca di E.T. Quello che gli scienziati cercano ora sono segnali di vita diversa: microbi o piante o "cose" in grado di vivere in condizioni che, sulla Terra, ci sembrano proibitive. "Non possiamo essere più ostaggi della nostra esperienza della vita", ha detto al convegno David Des Marais, dell'Ames Research Center, la struttura che la Nasa ha messo in piedi tre anni fa per lanciare i suoi studi in "esobiologia", cioè nella vita al di fuori del nostro pianeta. In realtà i microbi possono crescere, mangiare e respirare in un altro modo. Dobbiamo abbandonare le nostre idee Terrocentriche". Va bene, ma che cosa dobbiamo cercare, allora? Non più segnali radio, ma segnali chimici e fisici. Elementi e molecole, non onde. Ossigeno, clorofilla, tutto quello che può servire alla vita per mantenersi e riprodursi. Uno degli obiettivi è il cosiddetto "bordo rosso", una particolarità dello spettro luminoso emesso dalle atmosfere sotto le quali vivono cellule di piante. La sonda Galileo ha visto per la prima volta questo segnale nel 1990 sorvolando la Terra nel suo viaggio verso Giove. Nel 1993 il grande astronomo Carl Sagan scrisse su Nature che "il bordo rosso, combinato con ossigeno atmosferico e molti segnali radio costituiscono una evidenza di vita".
E' questo bordo rosso che ora gli scienziati cercano anche nelle altre galassie, ovunque si possa guardare, ma soprattutto nelle zone "abitabili", quelle ad esempio lontane dal turbolento centro delle galassie. Un segnale che esclude la vita è invece un eccesso di radioattività: un po' serve, ma troppa distrugge. Se una stella o un pianeta è immerso in un oceano in tempesta di particelle radioattive, lasciamo perdere.
A volte però la fortuna può rivelarsi. Due settimane fa, dall'analisi delle immagini ricevute dal robot Pathfinder (che esplorò la superficie marziana nel 1997) sono saltate fuori tracce di clorofilla sulla superficie delle rocce di Marte. Se c'è clorofilla, ovviamente, c'è vita, perché questa sostanza viene generata solo dalle piante che la usano per "sfruttare" l'energia solare. I ricercatori della Nasa per ora mettono le mani avanti: si tratta, dicono, solamente di un lavoro preliminare. Intanto però, una settimana fa, sempre la Nasa ha annunciato di aver scoperto una enorme quantità di acqua ghiacciata su Marte. Se c'è stata acqua può esserci stata la vita. E se quell'acqua riuscissimo un giorno a scioglierla...
Ma Marte non può essere l'unico obiettivo. Ci sono asteroidi, lune, decine di lune interessanti, comete. La vita può essere ovunque. E ora abbiamo nuovi e più raffinati strumenti per cercarla. Ma questo non basta ancora. Perché c'è qualcosa di nuovo che gli astronomi hanno potuto vedere negli ultimi anni del secolo: pianeti. Tanti pianeti. Quelli già scoperti con certezza sono 85. Ma questo ci fa già capire che, in proporzione, possono essere miliardi. Così le possibilità di una forma di vita si moltiplicano. Nei prossimi anni, dunque, partiranno sonde per il sistema solare, a cercare tracce significative su pianeti, lune, comete, asteroidi. E si moltiplicheranno le osservazioni con telescopi in grado di catturare informazioni chimiche e fisiche su pianeti lontani, inavvicinabili prima di almeno qualche secolo di sviluppo tecnologico. Ma quante probabilità oggettive abbiamo che la vita si sia davvero sviluppata altrove? C'è un primo calcolo attendibile realizzato grazie ad una formula matematica elaborata nel 1961 dall'astronomo Frank Drake. La formula collega tra loro tutti i fattori di probabilità e tutti i segnali rilevati da vari strumenti, che possano essere attribuiti a una civiltà aliena intelligente. Ora, due scienziati, Charles Lineweaver e Tamara Davis dell'Università del Nuovo Galles del Sud di Sidney, in Australia, hanno applicato una versione semplificata dell'equazione, che calcola solo la percentuale di stelle che ha ospitato una qualsiasi forma di vita, non necessariamente intelligente. Nella comunità scientifica, alcuni sostengono che questa percentuale sia molto piccola, una cosa tipo zero virgola molti zero; altri al contrario ritengono che la presenza di forme di vita sia praticamente inevitabile su qualsiasi pianeta potenzialmente abitabile, e che quindi la frazione sia molto vicina a uno. Secondo i due ricercatori, sui pianeti simili alla Terra che hanno avuto origine più di un miliardo di anni fa (la Terra ha circa quattro miliardi e mezzo di anni), quest'ultima ipotesi è la più probabile. Per loro, la frazione in questi casi dev'essere pari almeno allo 0,33. Insomma, un calcolo ottimistico. Un bookmaker potrebbe raccogliere delle scommesse da pagare poco. Certo, occorrerebbero pianeti almeno simili al nostro. E bisogna trovarli. Così la Nasa ha annunciato un nuovo programma denominato Terrestrial Planet Finder (Tpf), che sfrutterà i telescopi basati a Terra per individuare altri pianeti simili al nostro al di fuori del sistema solare. Il progetto si concluderà nel 2006.
Va bene, ma vogliamo davvero abbandonare ogni speranza di captare un telegiornale alieno? No. La ricerca Seti (il programma di ricerca di trasmissioni radio intelligenti nel cosmo) va avanti, addirittura con l'aiuto di milioni di volontari che mettono a disposizione il proprio computer per dare una mano ai calcoli necessari per capire quale segnale si sta ricevendo (se il lettore vuole farlo, deve collegarsi al sito: http://setiathome.ssl.berkeley.edu/download.html).
Giancarlo Genta, direttore del Centro italiano studi Seti (Ciss), spiega quali sono i luoghi in cui cercare sarebbe bello. "Alfa Centauri può essere un esempio interessante, anche per la sua vicinanza. C'è anche la stella di Barnard, a sei anni luce da noi, che può ospitare pianeti attorno a sé, ma è troppo vecchia per ospitare una civiltà intelligente". E.T., accendi la tua televisione.