IL
MOTORE DI RUBBIA
I due anni e
mezzo che ci vogliono per raggiungere Marte potrebbero ridursi a solo un mese
circa se venisse realizzato l'innovativo motore a
frammenti di fissione ideato da Carlo Rubbia (che
qualcuno ritiene però pericoloso). Vediamo di che si tratta: gli attuali veicoli
spaziali si muovono bruciando combustibili chimici (ossigeno, idrogeno,
cherosene), che hanno una resa energetica molto bassa e
perciò occorrerebbero smisurate quantità di carburante per aumentare la potenza
del motore e sviluppare l'accelerazione necessaria a raggiungere, in tempi
ragionevoli, pianeti distanti milioni di chilometri. I veicoli spaziali bruciano
quasi tutto il combustibile nella fase di lancio e, una volta entrati in orbita,
volano sfruttando l'attrazione gravitazionale del sole e degli altri pianeti.
Per questo motivo alla NASA si sta studiando come ridurre la durata della
missione su Marte non solo utilizzando traiettorie più efficienti, ma anche
energia di fusione, plasma come propellente, sistemi di propulsione a bassa
spinta basati sull'impiego di combustibile nucleare.
La
propulsione a bassa spinta è problematica: il plasma
raggiungerebbe temperature tali da renderne irrealistico l'uso come propellente.
Ecco dunque che Rubbia propone di utilizzare i
frammenti "sparati" dagli atomi durante la fissione nucleare, che producono un'enorme quantità di energia controllabile. La
propulsione generata dal moto stesso dei frammenti degli atomi permette di utilizzare direttamente l'88% dell'energia complessiva del
processo di fissione nucleare, senza trasformarla in calore e poi in moto. Essa
genererebbe un flusso di combustibile continuo per tutta la durata della
missione e non limitato alla sola fase di lancio, riducendo notevolmente il peso
complessivo del veicolo. Il tipo di atomo che meglio si
presterebbe a questo impiego è l'americio 242. Una pellicola d'americio spessa un millesimo di millimetro è in grado di raggiungere
immediatamente le condizioni adatte alla fissione, arrivando a temperature di
oltre 500.000 gradi.
L'equipaggio
sarebbe protetto contro le radiazioni da schermi di un composto di boro e
carbonio. Inoltre la radioattività indotta dai neutroni sarebbe comunque inferiore a quella prodotta dalle particelle del
vento solare nello spazio interplanetario, sostiene Rubbia. Nell'ipotesi di un catastrofico incidente in fase di
rientro, con distruzione totale del motore nucleare, l'emissione radioattiva
corrisponderebbe a venti milionesimi di quella emanata
durante gli ultimi test nucleari.