SIGNS SBANCA I BOTTEGHINI

di Alfredo Lissoni - Furoreggia al cinema il film con Mel Gibson, che nel box office americano ha incassato in totale 214.440.493 dollari. E che presenta i cerchi nel grano, attingendo ad un'idea utilizzata in "Independence Day" e che è stata tolta in fase di montaggio da "Contact", dei crops come indicazioni dell'invasione aliena...

Piace e non piace (specie agli ufologi) "Signs", il nuovo film del regista indiano visionario Night Shyamalan, che prende a prestito la vicenda dei crop circles per raccontare, in realtà, la storia di un complesso percorso nella fede, attraverso Mel Gibson (che non a caso ha in programma un nuovo film, nel quale interpreterà la passione di Gesù, che lo ha avvicinato al cattolicesimo), ex sacerdote, spretato dopo la morte della moglie. Nel film i crops, dicevamo, sono un pretesto e l'invasione degli alieni (che bizzarramente si sciolgono, come in "Alien Nation", a contatto con l'acqua - e quando piove, cosa fanno? - ) è il catalizzatore che spinge il protagonista a riscoprire la religione. Abbondano le citazioni, più o meno sotterranee; l'assedio dei protagonisti, in cantina, ricorda "La notte dei moti viventi"; gli alieni che disegnano i crops per orientarsi e coordinare la loro presenza massiccia sulla Terra, a scopo di razzia, è debitrice di "Independece Day"; l'alieno filmato in Brasile strizza l'occhio al caso Varginha; la comparsa di crops in India è dovuta al fatto che gli indù ritengono che le prime formazioni si siano manifestate proprio nel loro Paese, nel 1968. Già cruciali nella versione estesa di "Contact", incentrato proprio sui messaggi inviati dagli alieni, i "cerchi" furono scartati in toto durante il montaggio finale; ma nel film del regista discepolo di Spielberg (non a caso, il misticismo imperante) diventano una carta vincente: 315 milioni di dollari al botteghino USA, ed un ritorno di interesse micidiale nei confronti della materia (Maxim di questo mese dedica al tema ben cinque pagine con un'intervista ad Alfredo Lissoni del CUN e a Francesco Grassi del Cicap, con citazione della ml chucara2000, dei lavori del Parsec e di Marjorie Tomkins). Agli spettatori delusi dalla mancanza di mirabolanti effetti speciali o da un ritmo narrativo più incalzante, da film d'azione, ricordiamo che la pellicola è una visione intimistica, in "soggettiva". Se "Independence Day" ci mostrava l'invasione degli alieni vista da tutto il pianeta, "Signs" ce la mostra attraverso gli occhi di una semplice famiglia, con il proprio carico di paure, di speranze, di frustrazioni.

 



SIGNS by Shyamalan

Il critico Luca Baroncini commenta: Con la virtuosistica regia de "Il sesto senso" ha conquistato le platee e la critica di tutto il mondo. Con "Unbreakable" ha raccontato in modo originale la nascita di un supereroe, ma senza la sulfurea suggestione del film precedente. Con "Signs" la delusione si accentua, perche' la indubbia abilita' registica di Manoj Night Shyamalan non riesce a salvare un film poco coinvolgente e privo di emozioni. Lo spunto di partenza, su cui ha giocato il marketing per attirare migliaia di spettatori, sono i "crop circles", enormi cerchi disegnati sul terreno la cui esistenza resta tuttora un mistero. In realta' i segni del titolo (perche' lasciare l'impronunciabile "Signs" originale?) sono piu' che altro quelli del destino. La storia si concentra infatti sull'intimita' di una famiglia reduce da una tragedia che ha causato la perdita della fede nel capofamiglia, fino ad allora prete della piccola comunita' in cui abita. L'idea di un taglio trasversale al classico racconto di fantascienza e' sicuramente originale e la prima parte di attesa riesce ad incuriosire, poi pero' i nodi vengono al pettine in un epilogo consolatorio poco convincente, con un cambio di prospettiva risolutivo che non conquista.

Colpa soprattutto di una sceneggiatura che ripropone senza alcuna ironia (a parte un "Sembra la guerra dei mondi" pronunciato da Joaquin Phoenix) situazioni viste e straviste, a partire dai classici B-movie degli anni cinquanta fino alle produzioni piu' recenti. Ecco quindi che il bambino asmatico in astinenza farmacologica ("Panic room"), il libro anticipatore di eventi (piu' di un episodio di "Ai confini della realta'"), la vulnerabilita' aliena all'acqua ("Il giorno dei trifidi"), la famiglia barricata nella casa ("Il ritorno dei morti viventi"), la corsa nell'oscurita' attraverso i campi di grano ("Grano rosso sangue" ma anche il recente "Radio Killer") vengono recepiti come un semplice e poco fantasioso "gia' visto". Non aiutano nemmeno le battutine sdrammatizzanti, i bambini saggi e lungimiranti (bravi, ma basta!), gli alieni iper-evoluti ma (s)vestiti come mummie ambulanti e incapaci di aprire una porta, e un protagonista, Mel Gibson, legnoso e poco credibile. Restano l'abilita' del regista nel creare con poco un'atmosfera di pericolo imminente, la morbidezza dei movimenti di macchina, la fotografia evocativa di Tak Fushimoto, qualche momento di tensione e l'idea sempre interessante di un disegno nelle coincidenze che capitano nella vita, ma il gelo accompagna la visione e nessun brivido esce dalla sala insieme allo spettatore.




Shyamalan é ormai indiscutibilmente il nuovo talento piu' significativo dell'ultimo decennio, insieme a Tarantino e P.T. Anderson; ma va oltre, perché si pone idealmente come erede diretto della linea Hitchcock/Spielberg, ovvero di chi interviene all'interno del sistema classico del cinema hollywoodiano per riscriverne la sintassi della suspense. Regista popolare in senso pieno, il piano di Shyamalan é quello di realizzare un cinema immediatamente riconoscibile come quello del Maestro Hitchcock, il cui nome si fa sinonimo di brivido, mistero e forti emozioni. Come Hitchcock anche Shyamalan realizza due film impersonali e insignificanti, probabilmente su commissione, prima di arrivare al primo vero thriller (rispettivamente The Lodger e Sixth Sense), come Hitchcock anche lui si impone all'attenzione all'età di ventisette/ventotto anni, come Hitchcock anche lui ha l'abitudine di apparire in piccoli ruoli nei suoi film... queste le somiglianze biografiche più appariscenti.

Ma il cinema di Shyamalan é giustamente eleggibile come erede diretto di quello hitchcockiano (e in questo é un caso unico dagli anni sessanta ad oggi) anche e soprattutto per la sua totale autonomia rispetto al Maestro, ovvero Shyamalan non riflette in senso postmoderno sui meccanismi hitchcockiani, non ne fa la parodia, non si pone rispetto a quel cinema in stato di sudditanza alla maniera di un De Palma, e questa é la sua forza: Shyamalan conia nuove regole del thrilling, già fortemente incisive e rivoluzionarie, e con quest'ultimo bellissimo Signs dimostra inoltre l'intelligenza di non rimanere schiavo della propria maniera. é un film infatti che porta molteplici importanti novità e punti di rottura rispetto ai primi due, pur proseguendone la linea hitchcockiana di thriller classico, che opera all'interno del sistema hollywoodiano dei generi e dei Divi (prima Bruce Willis, ora Mel Gibson). Vediamo quali. Signs é un film che, come Unbreakable, mette in scena coraggiosamente una trama talmente assurda e ridicola che é a rischio di rifiuto; rischio in cui Shyamalan non incorre, grazie alla sua estrema abilità nel "farci credere" lo spettatore. Come in Hitchcock: l'inverosimiglianza del nucleo tematico di fondo viene fatta accettare grazie alla maniacale costruzione di una verosimiglianza narrativa. Realismo é la parola chiave. Il cinema di Shyamalan é un cinema che osa, che ha il coraggio di tuffarsi in acque folli e assurde, e di farlo con una sicurezza e uno sprezzo del ridicolo che lascia veramente allibiti: un cinema che non ha paura di nulla. Il finale con l'alieno dentro casa é il vertice piu' bello, commovente e stilisticamente perfetto di questa poetica dell'incredibile, della demenzialità possibile, in bilico tra lo stupore, la suspense e la risata liberatoria. Un cinema che brucia ogni tabu', ogni freno ideologico, e vola alto. Signs prende di petto il cinema di fantascienza degli anni 50/60 (l'invasione aliena, il tema del piccolo villaggio assediato, il cattolicesimo e l'ottimismo di fondo) ibridandolo con commistioni da Spielberg (Incontri Ravvicinati e la poetica del quotidiano), Romero (il gruppo famigliare assediato nella cantina di La notte dei morti viventi, così come il tema della contaminazione e della città in quarantena de La città verrà distrutta all'alba), e ancora Hithcock (ovviamente Gli Uccelli), e di questo cinema ne riprende il candore, l'ingenuità programmatica, le atmosfere naive e sopra le righe. I personaggi un po' bigotti, le frequenti parentesi umoristiche, l'ingenuità fanciullesca di molte situazioni, sono dovute a questa operazione di riflessione cinematografica, comunque mai gratuitamente nostalgica alla maniera di un Joe Dante qualsiasi. Ecco quindi messi da parte i toni cupi, l'andamento lento e angosciante, il pessimismo di fondo dei primi due film. Qui le atmosfere thriller si sposano perfettamente con un impianto più scanzonato, solare e ironico.

E poi viene meno il meccanismo shyamalaniano piu' tipico, quello del colpo di scena conclusivo, abbandonato qui a favore di un bellissimo "non spiegazionismo" in linea col cinema di fantascienza che ricalca (il pianeta Terra che si salva da solo, con i suoi anticorpi, dall'invasione aliena, come ne La guerra dei mondi, con il medesimo richiamo a Dio), ma dove però viene anche effettuata una trasgressione "horror" rispetto a quel cinema col geniale colpo d'ala della lotta contro l'alieno, un alieno che viene mostrato a tutto schermo, senza veli, che va ucciso a mazzate anche se é terrorizzato e indifeso piu' degli stessi umani... Rispetto ai primi due film, questo Signs sembra rifiutare parzialmente il formalismo serioso e ricercato che già sembrava il marchio di fabbrica del cinema di M. Night Shyamalan: la fotografia si fa piu' semplice, non piu' luccicante e nitidissima dove tutto é a fuoco, anche i movimenti di macchina vengono meno a favore di uno stile piu' piano e meno virtuosistico, uno stile che non ricerca piu' l'angoscia di atmosfere incombenti e dilatate fino all'inverosimile ma che al contrario si piega a una narrazione piu' ritmata, con piu' colpi di scena, con piu' situazioni movimentate....

Fonte: Kaplan da IAC




E' in quel minuto di buio nel bel mezzo dell'azione che M. Night Shyamalan cerca di comunicare con chi si ostina a vedere nei suoi film solo morti verdognoli, supereroi spaventati e alieni piu' o meno credibili. Ci vuole coraggio, a oscurare a lungo la scena nel bel mezzo dell'azione, e il geniale regista indiano lo fa come a dire "ehi, orsu', prova a guardare oltre", come dice la moglie morente a Graham, "Vedi".

Sono uomini al buio, gli uomini di Shyamalan, uomini che non hanno piu' il coraggio, uomini migliori degli altri e proprio per questo piu' spaventati. Uomini che non vogliono vedere che sono morti, vedere che per aiutare devono guardare il Male in faccia, vedere che la fede puoi anche perderla, ma non puoi negare il conforto a chi si appoggia a te.

Le donne e i bambini aspettano che i loro uomini riescano a piangere, quel pianto catartico che aiuta a essere felici, perche' avere fede (in qualunque cosa, non solo in una religione), credere che ci sia davvero una "struttura che connette" significa in fondo essere felici nonostante il dolore, o almeno accettare la vita senza scappare.

Esplicitando questo tema nella figura del prete spretato Shyamalan sembra pronto a chiudere quella che appare adesso una riuscita trilogia sulla paura di vivere e di credere nella vita, sensazione rafforzata dalle numerose autocitazioni: la porta della cantina, l'alieno nel televisore, l'acqua come elemento negativo (e' contaminata!!), i suoi camei sempre piu' importanti e sempre come medico, il baseball.

E per chi pensa che una mazza da baseball non c'entri niente con i valori e con la fede, consiglio di fare amicizia con Owen Meany, il protagonista di Preghiera per un amico di John Irving, autore americano che conosce e ama l'India quasi come Shyamalan conosce e ama gli USA: guardando oltre.

Font: Mafe