TERRA 2, VERSO LA NUOVA DIMORA
Dalla Luna a Marte ai
pianeti extrasolari: le agenzie spaziali di tutto il globo studiano come
colonizzare la futura "Terra 2". I tempi richiesti sono lunghi, ma già matura
una nuova coscienza, quella dell'uomo che si appresta ad abbandonare il proprio
nido per trasferirsi nelle profondità del cosmo. Ma le difficoltà non mancano.
di Alfredo Lissoni - Lo spazio è la nostra nuova frontiera. Lo aveva già
ribadito il presidente americano Bill Clinton, rilanciando l'avventura su Marte
come nuovo "far West". "Andare lassù per fugare i nostri dubbi", titolava su
"L'Unità" dell'8 agosto 1996 il dott. Marcello Coradini della Direzione
Scientifica dell'ESA. Ed a Marte ha recentemente pensato anche Arthur Clarke,
padre del satellite per le telecomunicazioni ed apprezzato autore di
fantascienza ("2001 Odissea nello spazio"), che durante una conferenza tenuta il
13 settembre 2003 a Santa Fé, New Mexico, ha ricordato come Marte sia una nostra
nuova patria naturale, dicendosi addirittura sicuro che "il pianeta rosso sia
infestato dalla vita. Le fotografie scattate dal Mars Orbiter mostrano diverse
aree ricche di vegetazione, e non vi è più alcun dubbio di ciò". Di dubbi, in
realtà, ve ne sono molti, soprattutto da quando un team di geologi planetari
dell'Arizona State University di Tempe ha analizzato le mappature del Thermal
Emission Spectrometer (TES) a bordo della sonda Mars Global Surveyor. Gli
strumenti non hanno rivelato traccia alcuna dei vasti bacini d'acqua
precedentemente ipotizzati (il TES rileva i carbonati associati al passaggio
d'acqua in epoche remote, ma sul pianeta rosso, a parte minerali carbonati
presenti nella polvere del pianeta in proporzione del 2-5%, non ne sono stati
trovati).
Sparita dunque
l'acqua che si credeva avesse già anticamente bagnato il pianeta, venute meno
anche le enormi montagne che inizialmente si pensava esistessero su Marte, i
planetologi si sono trovati dinanzi solo un deserto polveroso. I dati divulgati
da Philip Christensen, direttore di ricerca al TES, e da Timothy Glotch e Joshua
Bandfield su "Science" del 22 agosto rappresentano una doccia fredda per gli
entusiasti del pianeta rosso. Vedremo se tali pessimistiche conclusioni saranno
confermate dalle tre sonde dirette su Marte (l'europea Mars Express e le due
americane Mars Exploration Rover), tutte equipaggiate per rilevare l'acqua sia
in maniera diretta (con il lander Beagle 2 ed i rover Opportunity e Spirit) che
indiretta.
Ciò non ha
impedito a John Moore, antropologo dell'Università della Florida, di pensare ad
una colonia permanente sul pianeta, composta da circa 200 elementi ("il che
garantirebbe una sopravvivenza di 2000 anni, selezionando astronauti che non
abbiano stretti rapporti di parentela") che, dopo un viaggio ad un terzo della
velocità della luce, potrebbero provvedere alla costruzione di "Terra 2". Le
stime di Moore sono considerate forse troppo ottimistiche. Il viaggio su Marte,
allo stato attuale del nostro progresso tecnologico, è tutt'altro che agevole;
richiede minimo 3-4 mesi ed almeno, secondo uno studio dell'ESA, un equipaggio
di venti uomini; un numero decisamente troppo elevato, che comporterebbe la
costruzione di un'astronave troppo grossa e bisognosa di una quantità eccessiva
di carburante, nonché di motori giganteschi in grado di vincere la gravità
terrestre. Meglio dunque costruirla nello spazio, in un'orbita bassa, dicono
all'ESA.
La colonizzazione, o meglio
l'espatrio su Marte, dovrebbe dunque procedere a scaglioni, per gradi, sino a
raggiungere il numero di 2000 unità, considerato indispensabile per la corretta
distribuzione di tutte le mansioni di bordo di un'astronave, nonché per il
raggiungimento dell'autosufficienza della colonia extraterrestre. Sul pianeta
rosso dovremmo poi cercare fonti energetiche e creare serre e strutture
abitative. I giapponesi stanno lavorando in questa direzione sin dagli anni
Ottanta, anzi, già pensano all'utilizzo di robot per abitazioni ed
ospedali.
Se Marte poi non dovesse andare bene, niente paura. Nel giugno 1994
esponenti delle agenzie spaziali americana, russa, giapponese ed europea si sono
radunati a Beatemberg in Svizzera per pianificare la costruzione di una colonia
sulla Luna (ne dava notizia, il 16 luglio, il giornalista Giovanni Caprara nel
corso di un intervista a Neil Armstrong, l'astronauta del primo allunaggio che,
per inciso, nell'ottobre del 1999 dichiarerà di essere convinto che "pur non
essendoci prove, vi sia vita ovunque nel cosmo"). E non è finita qui. Astronomi
europei intendono lanciare, agli inizi del 2008, il satellite Eddington nel
punto di Lagrange L2, affinché individui nuovi pianeti extrasolari abitabili.
Saranno oltre 100.000 le stelle tenute sotto osservazione per tre anni nella
costellazione della Lucertola, ove non vi sono stelle brillanti al punto tale da
impedire le osservazioni con il telescopio spaziale. Si stima che i possibili
candidati a "Terra 2" possano essere almeno 20.000, ma resta il problema, non
indifferente, di come raggiungerli. David Southwood, responsabile della ricerca
scientifica dell'Ente spaziale europeo, è convinto che fra alcune centinaia di
anni le risorse terrestri si esauriranno e che dunque i nostri discendenti
dovranno emigrare altrove. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi. Per il
momento sappiamo solo che potremo vivere nello spazio.
SERRE COSMICHE
Già nel 1997 sono stati condotti, ad opera di astronauti americani,
sulla Mir (ove era ospite uno statunitense) e sullo Shuttle, esperimenti di
coltivazione di ortaggi mediante luce sintetica. Le rape coltivate sullo
Shuttle, ad esempio, hanno avuto lo stesso tempo di fioritura, di 45 giorni, che
normalmente impiegano sulla Terra. E da molti anni i franco-americani studiano
l'ECLAS (Ecosystème Clos Artificiel Simplifié), per creare una catena completa
di alimentazione in un ecosistema artificiale, tenendo conto dei rifiuti e del
riciclo dell'aria, nonché della produzione di biomassa. Secondo lo studio Delphi
in Germania, la possibilità di produrre proteine dall'anidride carbonica e
dall'ammoniaca, come pure carboidrati con fotosintesi artificiale è data al 97%
per il 2009-2010. Sulla Mir, nel febbraio del 1999 ed in occasione del suo
tredicesimo anno, si era lavorato per far nascere delle quaglie giapponesi. Un
precedente esperimento, tentato due anni prima, era fallito perché i pulcini non
erano stati in grado di alimentarsi a gravità zero, ed erano quindi morti di
fame. Scopo dell'esperimento, in vista di un'eventuale spedizione umana su
Marte, era valutare la convenienza del produrre cibo durante i lunghi viaggi
interplanetari grazie agli uccelli, che forniscono sia carne che concime per le
coltivazioni di verdure.
Già negli anni
'80 la NASA ha iniziato a programmare, presso il Centro Ames, esperimenti da
effettuarsi sulla stazione internazionale ISS, nell'ambito dello Space Station
Biological Research Project; l'idea di base era creare una varietà di habitat,
nei quali sperimentare con roditori, piante, insetti, organismi acquatici,
culture di cellule e di membrane interne di uova di non-mammiferi. "Nella
crescita e nello sviluppo di piante nello spazio", sostiene il prof. Dino Dini
dell'Università di Pisa, "oltre ai cicli delle radici e dei germogli è sensibile
alla gravità un certo numero di cellule emergenti alle estremità superiori.
Poiché queste cellule in crescita all'estremità si presentano all'osservazione
in vivo, possono essere studiati in dettaglio il moto e la sedimentazione del
loro crescere. Può essere seguita con semplici microscopi la manipolazione
sperimentale durante la centrifugazione, innesto e drogaggio, trattamento con
pinze ottiche, e presenza di microgravità. Gli studi sull'accrescimento delle
cellule d'estremità delle piante, necessarie per l'alimentazione a bordo dei
veicoli spaziali, hanno permesso di formulare modelli che spiegano il muoversi
ed il ruotare direzionalmente per gravità durante la crescita".
MALATTIE SPAZIALI
Se l'alimentazione degli astronauti rappresenta un problema minore (la
Mir era rifornita da uno shuttle ogni due mesi, con un carico di frutta e
verdura fresca, libri e giornali; impossibile pensarlo però per stazioni più
distanti), non va invece sottovalutato lo stress psicologico dovuto alla
prigionia forzata in un ambiente chiuso (l'esperimento condotto in Biosphera 2
fu sintomatico). William Speed Weed ipotizza, sulla rivista "Discover", l'uso di
medici e psicologi "computerizzati", a bordo dell'astronave. L'intelligenza
artificiale dovrebbe supportare, partendo da una posizione di forza, di
autorevolezza (che difficilmente riconosceremo ad un software) gli astronauti in
crisi depressiva. Sarà sufficiente? Ne dubitiamo. Valerij Poliakov, il
cosmonauta russo recordman della permanenza nello spazio (14 mesi sulla Mir), ha
lamentato forti mal di testa dovuti all'adattamento corporeo all'assenza di
gravità, ma anche la frustrazione del "vedersi sfilare sotto gli occhi le guerre
ed i disastri provocati dall'uomo", che osservava grazie alla tv. E c'era poi la
nostalgia per quelle operazioni banali sulla Terra, come il prendere una doccia,
ma impossibili nello spazio, dove l'acqua non "cade", ove ci si muove con due
ciabatte inchiavardate al suolo e ove non esistono asciugamani ma aspiratori di
acqua residua. Ed ove è persino impossibile utilizzare a lungo un capo di
abbigliamento che ci sta a cuore, in quanto ogni abito, soprattutto se intimo, è
"usa e getta".
Forse nello
spazio si troveranno meglio esseri umani che nasceranno sulle colonie orbitanti;
non si renderanno conto dei limiti oggettivi imposti dalla permanenza nello
spazio e si atterranno ad una vita più clausurale. Ma i problemi non saranno
comunque pochi. A parte il senso di disorientamento, gli astronauti vanno
incontro alla riduzione della massa muscolare, per inutilizzo, e alla
degradazione delle ossa, che invecchiano più in fretta e si assottigliano per la
pressione ridotta, diventando più fragili. Frances Ashcroft, nel libro "Oltre
ogni limite", spiega che "soli dieci mesi di microgravità portano ad una
riduzione ossea paragonabile a quella che sulla Terra si verifica tra i 30 ed i
75 anni". Dati presentati in occasione dell'edizione 2002 del Success Student
Contest organizzato dall'ESA parlano di una riduzione del tessuto osseo al ritmo
del 2-4% al mese (per questo motivo sulla ISS verranno a breve condotti
esperimenti sulla biologia degli osteoblasti nello spazio). La forza di gravità
incide in vario modo: la sua assenza può modificare la struttura fisica
dell'uomo; gli astronauti che passano lunghi periodi a bordo delle navi spaziali
subiscono allungamenti della colonna vertebrale fino a 7-8 centimetri (non a
caso gli astronauti vengono scelti di bassa statura).
E non è finita. C'è poi il problema di testare il limite di resistenza
dell'organismo umano nello spazio (Charles Conrad, il terzo uomo che camminò
sulla Luna, durante la missione Skylab del 1973 stabilì il record personale di
permanenza nello spazio con 1179 ore e 38 minuti; morì nel luglio del 1999 per
un incidente in moto). Per quanto riguarda gli esseri umani, i test condotti a
bordo dello Spacelab, in occasione della missione D2, ci hanno permesso di
stabilire che il nostro sistema respiratorio è particolarmente sensibile
all'influenza della gravità, così come, in assenza di essa, il corpo umano è
sottoposto a marcati cambiamenti dei fluidi, con una combinazione di
ridistribuzione verso la testa o la parte anteriore del corpo e perdita generale
di fluido. Circa i malanni spaziali, il "male da moto", un malessere
caratterizzato da nausea, disagio allo stomaco e vomito, emicrania, sonnolenza e
apatia, essudazione fredda è ora curabile con somministrazioni di Cortisol, il
più importante ormone adrenale nel Vasoactive Intestinal Peptibe. L'esperimento
T2, eseguito durante la missione Euromir '95, ebbe lo scopo di testare metodi
innovativi per la visualizzazione della contaminazione da microbi, utilizzando
una tecnica di prelievo di campioni grazie a filtri di membrane alla
nitrocellulosa (in seguito si appurò che sulla Mir proliferavano batteri e, si
disse, addirittura funghi).
LA CINA È VICINA
Ma non tutti gli scienziati sono così
pessimisti. Il 15 ottobre la Cina ha lanciato la sua quinta sonda, la Shenzhou 5
( = Veicolo divino), posta in orbita da un razzo Chang Zheng ( = Lunga marcia)
dal Centro Spaziale di Jiuquan, ai margini del deserto del Gobi. La novità è che
la sonda ha equipaggio a bordo, Yang Liwei, un astronauta le cui generalità sono
state tenute celate sino all'ultimo (ed i filmati trasmessi in differita in caso
di fallimento); la sonda ha compiuto 14 orbite attorno alla Terra in 22 ore,
prima dell'atterraggio in Mongolia. Non è un mistero che la Cina, che dispone di
tecnologie non indifferenti, intenda competere con le agenzie spaziali europee
ed americane, arrivando a contornare le gesta dei futuri yuhangyuan, i
"navigatori dello spazio", di mistica maoista (quando Shenzhou 1 entrò in
orbita, trasmise dallo spazio l'inno patriottico "L'Oriente è rosso"). La
ricerca spaziale cinese, pur se costosissima e politicizzata, avrà notevoli
ricadute economiche sul mercato (sia asiatico che mondiale) e piazzerà il Paese,
a livello internazionale, tra le superpotenze tecnologiche e commerciali. A
detta degli organi di Partito, nelle intenzioni del Governo vi è la formazione
di un ponte di aggancio fra una sonda ed un veicolo spaziale lasciato da una
precedente missione; la messa in orbita di un laboratorio ove astronauti
lavoreranno per periodi limitati di tempo; infine, la messa in orbita di una
stazione spaziale degna di competere con la ISS o la Mir. "Stanno discutendo se
inviare un uomo su Marte o se costruire una base sulla Luna. Al momento, il
limite che si pongono è il cielo", ha spiegato alla Reuters un diplomatico
occidentale, dopo il successo della missione (vista con molto sospetto
dall'America, che già teme che la Cina possa minacciare lo Scudo Spaziale
statunitense; "la conquista dello spazio non può non avere un impatto politico",
ha commentato un anonimo funzionario dell'amministrazione Bush).
La Cina è comunque solo una
delle tante nazioni dichiaratesi interessate ad un programma spaziale; oltre
allo Stato di Israele, che però prevede solo la messa in orbita di satelliti
militari, e all'India, il cui primo ministro Atal Bihari Vajpayee sogna uno
sbarco sulla Luna, anche partners "minori" come Nigeria, Ucraina e Sudamerica
intendono investire nella "Nuova Frontiera". Staremo a vedere.