VENERE ED IL SUO
TRANSITO
Il transito di
Venere, avvenuto nel giugno 2004, ha decisamente
riscosso un grande interesse, affascinando anche numerosi appassionati; ciò è
avvenuto perché si è decisamente trattato di un evento piuttosto raro, evento
che in passato ha svolto un ruolo fondamentale nella misura delle distanze
planetarie, in quanto forniva l'opportunità di conoscere, con buona precisione,
il valore della distanza tra la Terra ed il Sole, che gli astronomi chiamano
Unità Astronomica (UA). Una volta che si sia riusciti a
misurare la distanza anche di uno solo dei pianeti dal Sole, è possibile
risalire alle distanze degli altri pianeti, mediante la terza legge di Keplero,
che stabilisce una relazione tra la distanza e il periodo di rivoluzione, cioè
il tempo impiegato dal pianeta a percorrere la sua orbita.
Nel 1716, al
fine di eseguire la misura anzidetta, E. Halley (1656-1742) sviluppò un metodo
geometrico, da un'idea di J. Gregory (1638-1675), secondo il quale era
necessario annotare i tempi ai quali avveniva il transito osservandolo da due
punti diversi della superficie terrestre aventi coordinate geografiche note (per
chi fosse interessato ad approfondire questo metodo, o per quegli insegnanti che
volessero proporlo a scuola come utile esercizio, vedi il Calcolo della distanza
Terra-Sole dal transito di Venere)
Lo stesso
principio può essere applicato in occasione dei transiti di Mercurio. In questo
caso, però, lo spostamento da misurare, dovuto al diverso angolo di vista dei
due osservatori, è minore a causa della maggiore distanza del pianeta dalla
Terra e, quindi, maggiore il peso delle imprecisioni sul risultato finale delle
osservazioni.
Una valida alternativa al transito di Venere arrivò solo tra il 1898 e
il 1901, grazie alla scoperta del pianetino Eros: caratterizzato da un'orbita
molto eccentrica, quindi, in certi momenti assai vicino alla Terra, offre il
vantaggio di possedere un grande angolo di parallasse.
Le misure più
recenti dell'Unità Astronomica, compiute mediante l'utilizzo di segnali radar e
di satelliti artificiali, hanno portato al valore di 149.597.870 km, dato
accettato dall'International Astronomical Union (IAU 1976); ma il risultato a
cui era giunto Newcomb nell'Ottocento - pari a 149.668.465 km - partendo dalle
misure compiute in occasione dei transiti settecenteschi, non era molto diverso. Dunque, oltre ad
un meraviglioso spettacolo celeste, astronomi, astrofili e neofiti del cielo,
hanno potuto confrontare con degli accurati calcoli, le distanze reali tra i
pianeti.